Trent'anni dopo, quella cicatrice continuava a parlare. Racconto autobiografico

Trent’anni dopo, quella cicatrice continuava a parlare. Racconto autobiografico

Ci sono ricordi che sembrano svanire del tutto, si dissolvono dalla memoria cosciente come se il tempo li avesse cancellati. E poi ci sono esperienze che, pur scomparendo dalla mente, continuano a vivere altrove, in una parte più silenziosa e profonda di noi.

Avevo otto anni quando accadde.

Stavo giocando a nascondino con una mia amica nel corridoio che collegava la nostra casa alla fabbrica dove mio padre lavorava come custode, lei mi diede una spinta involontaria proprio mentre correvo verso la tana, una colonna accanto a una grande porta-finestra.

In un istante la mano attraversò il vetro.

Ricordo ancora il rumore, la sensazione di dover estrarre il braccio da quel groviglio di schegge, il sangue che schizzava ovunque e quella mano che sembrava quasi non appartenere più al mio corpo, le vene erano state recise, anche i tendini avevano subito lesioni gravissime.

Corsi verso casa gridando soltanto una parola:

«Mamma!»

Lei comprese tutto senza bisogno di spiegazioni, mi prese con sé e uscimmo in strada. Non aveva mai avuto la patente, ma proprio in quel momento passò una volante della polizia. Si fermarono immediatamente.

Mentre l’auto correva verso l’ospedale a sirene spiegate, uno degli agenti disse a mia madre di strapparsi un lembo del vestito per improvvisare un laccio emostatico e continuava a ripeterle una sola cosa:

«Non la faccia addormentare

Io avevo sonno. Oggi so che stavo perdendo una quantità enorme di sangue. Ricordo però soprattutto mia madre: disperata dentro, ma incredibilmente presente con me, continuava a parlarmi con calma, con una dolcezza che ancora oggi mi commuove.

Il primo ospedale riuscì soltanto a rallentare l’emorragia, il secondo, inizialmente, non voleva assumersi la responsabilità di un intervento tanto complesso su una bambina già gravemente compromessa, fu la presenza della polizia a cambiare il corso degli eventi.

Ricordo ancora la figura di un medico che avanzava verso di me, il camice bianco stagliato contro una luce intensa, mi prese in braccio e mi portò direttamente in sala operatoria.

L’intervento durò cinque ore, le vene furono ricostruite, ma nessuno poteva sapere se avrei recuperato completamente l’uso della mano.

Lo recuperai del tutto.

E, cosa ancora più sorprendente, sembrò sparire anche il trauma.

Non avevo paura del sangue.

Non avevo paura del vetro.

Era come se quell’incidente non fosse mai esistito.

Per molti anni vissi convinta proprio di questo.

La vita andò avanti. Diventai adulta, iniziai a viaggiare, a lavorare, a costruire progetti, eppure, senza comprenderne davvero il motivo, c’era qualcosa che mi accompagnava ovunque.

Ogni volta che arrivavo in un luogo nuovo, la prima domanda era sempre la stessa:

«Dov’è l’ospedale più vicino?»

Non era una preoccupazione razionale, era qualcosa di più profondo, una sorta di allerta costante che sembrava vivere indipendentemente dalla mia volontà.

Ci sono voluti trent’anni, uno studio medico, Roberto Zamperini e il concetto di Memoria Energetica perché tutti quei frammenti trovassero finalmente un senso.

Le neuroscienze moderne mostrano con sempre maggiore chiarezza come le esperienze dei primi anni di vita possano lasciare tracce profonde nel sistema nervoso, non si tratta soltanto di ricordi coscienti: il cervello costruisce vere e proprie strategie di sopravvivenza che, in quel momento della nostra storia, sono state intelligenti e necessarie.

Il problema nasce quando quelle stesse strategie continuano a operare anche quando il pericolo è scomparso da molto tempo, così possiamo ritrovarci a reagire con intensità sproporzionata, ad allontanarci quando desidereremmo avvicinarci, oppure a vivere stati di allerta senza comprenderne realmente l’origine.

La buona notizia è che il cervello non è immobile.

La neuroplasticità ci racconta una storia diversa: nuove esperienze, nuovi apprendimenti e nuovi stati di consapevolezza possono modificare le connessioni esistenti e aprire possibilità prima impensabili.

Il passato contribuisce a costruire ciò che siamo, ma non è necessariamente destinato a determinare tutto il nostro futuro.

Molti secoli prima che la scienza iniziasse a descrivere questi processi, Socrate aveva già sintetizzato il punto essenziale in tre parole: «Conosci te stesso».

Non era un semplice invito filosofico, era una direzione di lavoro.

Roberto Zamperini chiamava tutto questo Memoria Energetica.

Non un ricordo nel senso abituale del termine, ma un’impronta che coinvolge l’intero sistema umano: corpo, emozioni, reazioni automatiche, modalità relazionali e comportamenti che spesso si attivano ancora prima del pensiero cosciente.

Per decenni Roberto ha studiato queste impronte, intrecciando la ricerca energetica con ciò che progressivamente emergeva dagli studi sui meccanismi biologici della memoria traumatica, da questo lavoro è nato il sistema Cleanergy, concepito come uno strumento operativo per lavorare sulle Memorie Energetiche.

Nel Ciclo Monografico dedicato ai 7 Raggi abbiamo visto come il Raggio dominante possa predisporci verso determinate inclinazioni caratteriali e modalità di risposta, comprendere questa struttura rappresenta già un primo importante passo, ma il riconoscimento, da solo, non basta.

Esiste poi una fase operativa, ed è qui che il lavoro sulle Memorie Energetiche assume il suo significato più concreto.

Nessuno strumento può sostituire il percorso personale, ma può alleggerire il peso con cui affrontiamo conflitti e nodi profondi della nostra storia, restituendo energie preziose per attraversarli con maggiore lucidità.

Ogni esperienza significativa lascia un’impronta e ciò che rimane irrisolto tende spesso a ripresentarsi, non come punizione, ma come richiesta di essere finalmente riconosciuto e integrato.

Ricordo con estrema precisione il giorno in cui qualcosa cambiò definitivamente nella mia comprensione.

Eravamo nello studio di un medico, amico e studente TEV, che ci stava illustrando i principi della neuralterapia e il ruolo particolare attribuito al tessuto cicatriziale.

Durante la spiegazione, Roberto si ricordò improvvisamente della mia cicatrice. Prese il suo Midi Cleanergy, sul quale aveva inserito la Memoria Energetica LEGAMI, e ne proiettò l’azione direttamente sulla zona interessata.

Fu questione di un attimo.

Una fortissima ondata di ansia mi attraversò completamente.

E quasi nello stesso istante, senza alcun ragionamento cosciente, arrivò una comprensione limpida.

La paura dei posti nuovi.

L’esigenza di sapere sempre dove fosse l’ospedale.

Quella costante sensazione di pericolo.

Non erano sparite affatto.

Erano rimaste lì, custodite in profondità, continuando a influenzare il mio modo di vivere molto tempo dopo che l’incidente era finito.

Il sistema non aveva dimenticato.

Stava semplicemente aspettando di essere riconosciuto.

Tra tutte le Memorie Energetiche studiate da Roberto Zamperini e che oggi porto avanti nel lavoro del CRESS, LEGAMI è probabilmente quella che tocca il livello più profondo.

I rapporti con chi ci ha cresciuti, con chi ci ha amati, con chi ci ha feriti, con chi non c’era quando ne avevamo bisogno, non appartengono soltanto al passato.

Continuano spesso a modellare il nostro modo di amare, di proteggerci, di fidarci oppure di allontanarci proprio quando la vicinanza diventa possibile.

Non è una questione di colpe.

Sono adattamenti che, in un determinato momento della nostra vita, avevano una funzione di sopravvivenza.

Lavorare con LEGAMI significa offrire al sistema la possibilità di riorganizzarsi, permettendo che ciò che era rimasto sospeso possa finalmente trovare un’integrazione diversa.

La ferita diventa esperienza.

L’esperienza diventa conoscenza.

E la conoscenza, forse, può trasformarsi in libertà.

Platone racconta che Socrate percorreva le strade di Atene facendo domande apparentemente scomode. Non per mettere in difficoltà le persone, ma per aiutarle a vedere ciò che da sole non riuscivano più a vedere.

Anche oggi, in fondo, il punto di partenza rimane lo stesso.

Vale la pena fermarsi.

Vale la pena chiedersi perché reagiamo sempre nello stesso modo, perché alcune paure sembrano non lasciarci mai, perché certi schemi continuano ostinatamente a ripresentarsi.

La neuroscienza ci dice che il cervello può cambiare.

La ricerca di Roberto Zamperini propone una prospettiva sul lavoro delle impronte energetiche lasciate dalla nostra storia.

E l’esperienza di molte persone, me compresa, suggerisce che una trasformazione sia davvero possibile.

Non necessariamente semplice.

Non necessariamente immediata.

Ma possibile.

E, come sempre, tutto inizia dal primo gesto: riconoscere ciò che esiste.

“Scopri la Memoria Legami”

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